Un W. tutto chiacchiere e distintivo
La contemporaneità tra la lezione impartita da Walter Veltroni alla summer school del Partito democratico e il tradizionale comizio veneziano di Umberto Bossi spinge a istituire un confronto tra lo stile, i contenuti e l’abilità di due protagonisti della vita politica italiana. Sul piano dello stile e della modernità Veltroni vince, e forse stravince. Leggi Andavamo alle Frattocchie di Francesco Cundari

La contemporaneità tra la lezione impartita da Walter Veltroni alla summer school del Partito democratico e il tradizionale comizio veneziano di Umberto Bossi spinge a istituire un confronto tra lo stile, i contenuti e l’abilità di due protagonisti della vita politica italiana. Sul piano dello stile e della modernità Veltroni vince, e forse stravince. Il nome americano della sua iniziativa, i riferimenti storici e culturali, da quello esplicito a Martin Luther King a quello sottinteso all’invettiva di Antonio Gramsci contro i fascisti che avrebbero condotto “l’Italia alla rovina”, erano ben studiati e meglio recitati. Bossi, con la sua ampolla che allude a improbabili riti celtici, la coreografia terragna delle camicie verdi, il ricordo recente di qualche gestaccio, al confronto, sembrava un buzzurro provinciale, ignorante di storia e di geografia.
Se però si passa dall’esame della confezione a quello del contenuto, cioè del messaggio politico, le cose cambiano di molto.
Se però si passa dall’esame della confezione a quello del contenuto, cioè del messaggio politico, le cose cambiano di molto.
Veltroni arretra vistosamente dalle posizioni coraggiose e innovative che aveva illustrato durante la campagna elettorale. Ascrive tutti i guai dell’Italia, compreso il disastro del sistema dei trasporti, a un governo all’opera da quattro mesi, rinuncia a dare un apporto critico alla soluzione dei problemi, rinviandola al “giorno in cui” la sua sinistra riformista sarà ritornata maggioranza. All’arroccamento attendista del leader democratico si contrappone un’apertura di quello leghista, che insiste sul carattere “gentile” del federalismo, cerca il dialogo e chiede l’apporto di tutti, supera d’un balzo, sul piano della proposta politica, la chiusura nordistica della sua iniziativa, lasciando sullo sfondo della coreografia le tematiche identitarie. Non si tratta soltanto della differenza tra un discorso vecchio espresso in forme moderne con uno innovativo pronunciato con uno stile piuttosto arcaico. Sembra che Veltroni, che aveva raggiunto un eccellente livello di sintesi tra forma e contenuto innovativo nel discorso del Lingotto, nel quale aveva lanciato un messaggio non solo agli aderenti al suo partito, si stia rinchiudendo in una logica autoreferenziale sostanzialmente propagandistica, sorretta soltanto da una retorica immaginosa ma priva di visione nazionale. Il capopopolo leghista, al contrario, pur avendo irriso in modo volgare ai simboli dell’unità nazionale, sembra oggi in grado di parlare, seppure nel suo dialetto insubro, a tutto il paese.
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